lunedì 7 febbraio 2011

APERTURA AI TALENTI E VANTAGGIO STRATEGICO: LO STUDIO COMPARATIVO DI AMY CHUA


Secondo Amy Chua, docente presso la Yale Law School, esiste una connessione diretta tra l’acquisizione dello status di superpotenza e la capacità di attirare, motivare e remunerare il talento al di là delle barriere di natura etnica, linguistica o religiosa. L’accumulazione di capitale umano permette, secondo questo punto di vista, di governare in modo efficace e duraturo. Nel suo ultimo libro Day of Empire: How Hyperpowers Rise to Global Dominance – and Why They Fall l’autrice argomenta la sua tesi presentando casi molto eterogenei: la Persia degli Achemenidi, l’Impero Romano, la Cina sotto la dinastia Tang, l’impero dei Mongoli, l’Olanda nel ‘600, l’Impero Britannico, la leadership degli Stati Uniti nel ‘900 e l’ascesa dei rivali nei primi anni del nuovo millennio.
Il ragionamento della scrittrice sino-americana parte dall’osservazione di una interessante regolarità storica: le superpotenze, nella loro fase di ascesa, tendono ad essere fortemente tolleranti e pluraliste in comparazione con gli standard della loro epoca. Ovviamente questo fattore non va letto in chiave moderna: il tipo di tolleranza espressa dalle società antiche, in cui erano diffuse pratiche come lo schiavismo, non è confrontabile con le misure attuali: le politiche di apertura potevano essere perseguite per puri scopi di stabilizzazione politica ed incremento della potenza, non per finalità di tipo etico. Garantire la mobilità sociale per gruppi eterogenei, anche se soggiogati, è infatti una delle fonti del potere: le capacità umane non sono mai localizzate in un singolo insieme omogeneo, attingere al bacino più ampio possibile di risorse può costituire una leva fondamentale. Gli stati più influenti, per divenire superpotenze, si sono costantemente confrontati in termini militari, economici e demografici con i loro rivali: essere dei “magneti” capaci di attrarre conoscenze tecniche e individui intraprendenti in misura maggiore rispetto ai propri concorrenti consente, secondo la studiosa, di accumulare un vantaggio strategico e di porre le basi per il mantenimento del potere su base multi-territoriale. Quindi, la correlazione tra successo politico-economico e apertura ai talenti non è solamente un sottoprodotto dell’estensione spaziale dei grandi imperi, che per loro natura incorporano popolazioni eterogenee. Si tratta invece di una causa profonda, che riguarda la creazione di una classe dirigente non vincolata da barriere di natura etnico-culturale e, nei limiti dall’epoca di riferimento, l’esistenza di una correlazione tra meriti individuali e posizione sociale migliore rispetto a quella espressa dai propri rivali.
Il testo di Amy Chua può essere criticato sotto alcuni punti di vista: si può riscontrare una generalizzazione spazio-temporale del modello di sviluppo degli Stati Uniti, l’attuazione di comparazioni storiche che possono apparire arbitrarie, la sottovalutazione dell’impatto delle altre cause che portano all’accumulazione delle risorse della potenza. Come in tutti gli studi di grande portata, sono inevitabili le omissioni di natura empirica o teorica. Nonostante ciò, l’autrice ha elaborato un punto di vista molto originale, che riesce ad essere estremamente rilevante per il dibattito contemporaneo. Infatti, Amy Chua utilizza la sua teoria per cercare di rispondere ad una delle domande fondamentali della nostra epoca: tra quanto finirà la fase di egemonia degli Stati Uniti ? Chi sarà il successore ? La Cina, l’India, l’Europa ? Il libro si distacca dalle classiche argomentazioni di tipo militare e industriale: il nuovo egemone, secondo questa prospettiva, sarà la struttura politico-economica in grado di concentrare e valorizzare maggiormente le potenzialità umane, superando aspirazioni contingenti di purezza etnica o religiosa. La prima guerra da vincere sarà quindi quella del talento. Si tratta di una osservazione da tenere in considerazione anche nel caso dell’Italia: il riconoscimento e la valorizzazione del merito, la possibilità di portare ai vertici decisionali individui indipendentemente dal background di provenienza, sarà una condizione vitale per migliorare il posizionamento strategico del paese e per indirizzarlo verso un nuovo percorso di crescita.
(post pubblicato in passato su Lo Spazio della Politica e sul Blog "Meritocrazia" di Roger Abravanel)

domenica 6 febbraio 2011

IL FONDO YOZMA E I PROGRAMMI DI SOSTEGNO AL VENTURE CAPITAL


In questi giorni si parla molto di ripensare il finanziamento a sostegno dell’innovazione in Italia. Si tratta di un processo che nel corso dell’anno passato abbiamo analizzato e, in parte, innescato con l’esperienza di Butterfly Web, che ha permesso la creazione della proposta di legge a cura di Alessia Mosca e Beatrice Lorenzin di cui si discuterà proprio domani a Roma nell’evento sopra linkato, e con il manifesto dove è stata lanciata l’idea del fondo di fondi.
E’ importante rintracciare le origini storiche di tutto ciò. Infatti, i tentativi di lanciare l’industria del venture capital nel mondo e di replicare la Silicon Valley sono stati, nella maggior parte dei casi, fallimentari. Josh Lerner, docente della Harvard Business School, ne ha tracciatoun quadro interessante, sottolineando come alcuni fattori tendano a limitare l’impatto di queste iniziative, come il focus geografico troppo ristretto o meccanismi di governance disegnati in modo inefficace.
Il caso studio più rilevante nel mondo è quello del fondo Yozma in Israele, un fondo di fondi che in pochi anni ha accelerato la creazione del venture capital in quella nazione. Yozma ha consentito ai nuovi fondi di venture capital di strutturarsi rapidamente, abbassando il rischio, favorendo l’afflusso di capitali stranieri tramite il co-investimento pubblico-privato e portando infine alla creazione di centinaia di startup tecnologiche. Si è trattato di un esempio molto efficace di programma pubblico disegnato con intelligenza, che ha mantenuto gli incentivi di mercato e che ha capitalizzato con successo alcune contingenze storiche (ad esempio, l’afflusso di ingegneri emigrati in Israele dopo la caduta del sistema sovietico).
Bisogna imparare da queste esperienze di collaborazione proficua tra pubblico e privato, identificando i fattori chiave di successo e non smettendo mai di imparare. I rischi sono elevatissimi, specialmente conoscendo le specificità del contesto italiano, ma l’opportunità di creare qualcosa di valido è concreta. E’ necessario disegnare in modo accurato questo tipo di riforme e costruire un’architettura di gestione che abbia una struttura di incentivi efficace e non distorsiva.  La prossima frontiera ? Nei luoghi come questo, ne parleremo in futuro.

(articolo originale su Lo Spazio della Politica)

APPSBUILDER E IL FUTURO DEL MADE IN ITALY


Daniele Pelleri e Luigi Giglio, due ragazzi poco più che ventenni, hanno creato da poche settimane AppsBuilder, uno strumento che permette di creare in modo rapido e facile apps per iPhone, iPad e Android. Oggi tutti vogliono avere la propria applicazione mobile, allo stesso modo in cui poco più di dieci anni fa tutto volevano un sito web.
Spesso questo processo è rallentato dal fatto che creare le apps può essere costoso e non tutte le agenzie hanno le competenze per realizzarle. Inoltre, in molti hanno bisogno di strumenti rapidi e automatizzati – come potrebbero essere Blogger e WordPress per i blog – per portare i contenuti su mobile senza dover disegnare ex-novo delle applicazioni. AppsBuilder risponde a questa esigenza e, pur essendo un sistema da perfezionare sotto molti aspetti, va nella direzione giusta. E’ un progetto che, come quello di Spreaker recensito qualche tempo fa, contribuisce a semplificare, democratizzare e ampliare la capacità di diffondere contenuti in rete.
Il mercato del mobile internet è, come noto, il vettore maggiormente dinamico per la sviluppo della rete per i prossimi anni. E’ un ecosistema tecnologico suscettibile di rapide evoluzioni, il cui esito è imprevedibile, dove stanno nascendo nuove categorie di oggetti: smartphone, netbook, tablet, etc.Non solo: è tra i canali di accesso più diffusi nei paesi emergenti e nei paesi in via di sviluppo, caratterizzando in modo peculiare quella che sarà la futura geopolitica della rete. E’ molto importante che i talenti tecnici e imprenditoriali italiani si orientino in questa direzione e AppsBuilder, come altri progetti ora in corso, ci fa sperare che ilpaese abbia ancora la capacità di produrre gli strumenti indispensabili per il suo sviluppo.In questa rubrica continueremo a parlarne di queste storie, con un occhio speciale a ciò che si trova sotto la soglia di visibilità ma che è potenzialmente rilevante per il nostro modo di vivere e di lavorare.
(articolo originale su Lo Spazio della Politica)

RED WIRED, L’ESPLOSIONE DI INTERNET IN CINA


L’evoluzione di internet nei paesi ad alta crescita, come la Cina, è un tema di cruciale importanza. Recentemente ci sono stati degli sviluppi molto rilevanti, come il processo di quotazione in borsa diYouKu e DangDang. Il primo è l’equivalente cinese di YouTube, mentre il secondo è un sito di e.commerce stile Amazon, entrambi sono stati accomunati dalla conquista di posizioni di rilievo nella recente espansione dei mercati on-line in asia. Si tratta di un fenomeno da tenere sott’occhio perché si inserisce in un trend macroscopico di nuove IPO di aziende asiatiche legate al mondo di internet o del mobile. Soprattutto, si tratta di eventi che la cui rilevanza è sottostimata persino nella stampa specializzata anche se, già ora, hanno un impatto rilevante sullo sviluppo del business digitale anche nei paesi occidentali.
Per farsi un’idea sulla questione è possibile leggere una delle poche pubblicazioni sul tema: “Red Wired: China’s Internet Revolution” di Sherman So e Christopher Westland. E’ una raccolta di casi studio sullo specifico sviluppo dei business on-line in Cina, come Taobao, Baidu, Shanda, Youku, servizilegati ad un contesto in rapida evoluzione, con un volume impressionante di utenti potenziali e con una configurazione di rischi ed opportunità fortemente diversa da quella dei mercati tradizionali. E’ una storia in cui c’è ancora molto da raccontare e da spiegare, sia al livello descrittivo che dal punto di vista della teorizzazione.
L’innervazione digitale dell’economia mondiale è un fenomeno le cui sorti non sono più legate unicamente alla Silicon Valley o, più in generale, alla triade di Europa, Stati Uniti e Giappone. Le onde di cambiamento iniziano ad avere il loro epicentro anche in altre zone del pianeta: dai BRICs ai nuovi mercati emergenti, dai paesi “emersi” (come la Corea del Sud) ai frontier markets africani. Su LSDP abbiamo già trattato queste questioni, ad esempio qui e qui e continueremo a colmare in futuro il gap teorico e narrativo legato a questo fenomeno. Internet non è sganciata dalle dinamiche “dure” del mondo reale, e la California non basta più per spiegarne lo sviluppo sociale e tecnologico, nei prossimi anni dovremo guardare sempre di più allo Zhongguancun di Beijing, a Bangalore, a San Paolo e a tutte le zone dove oggi viene innescata l’evoluzione dell’economia globale.


(articolo originale su Lo Spazio della Politica)

SPREAKER, LA WEB SOCIAL RADIO


Inizia oggi Next Round, la nuova rubrica settimanale del nostro blog sul tema delle startup, del venture capital e dei programmi di innovazione. Evidenzieremo, con una prospettiva globale, storie di aziende, libri, persone, istituzioni che stanno avendo un impatto sul modo di vivere e di lavorare nel mondo.
Oggi partiamo dall’Italia con Spreaker. Si tratta di uno strumento per la costruzione di  radio on-line con palinsesti generati dagli utenti. Grazie a Spreaker, in modo facile ed efficace, è possibile creare il proprio programma di news, musica o intrattenimento che verrà inserito nel flusso di una stazione radio. Si trovano programmi di ogni tipo: dalla copertura dei vari generi musicali agli show demenziali, dallo streaming delle proteste degli studenti alle news tradizionali. Spreaker, facilitando la produzione di contenuti audio e la loro accessibilità, contribuisce al processo generale di empowerment degli utenti che ha caratterizzato internet negli ultimi anni. Fortunatamente il lavoro dei fondatori non è passato inosservato: nell’Ottobre del 2010 Spreaker ha ricevuto un finanziamento di 250mila Euro da parte della rete Italian Angels for Growth. Per maggiori informazioni consultare il blog. Qui invece l’intervista ad uno dei fondatori, Francesco Baschieri.

(articolo originale su Lo Spazio della Politica)